Generazioni occhi negli occhi

Fin da piccoli abbiamo sentito parlare della grande immigrazione italiana, raccontata nei libri di scuola. Storia non troppo diversa da quella attuale, siamo in un periodo storico in cui tanti sono i ragazzi che con lo zaino in spalla partono per nuove mete.

Volo

C’è chi parte perché deve, chi parte perché vuole, chi ha da sempre la valigia pronta sotto al letto, chi per amore. Ognuno ha motivazioni diverse, piani, buoni propositi, eppure appena l’aereo tocca suolo inglese e gli altoparlanti danno il benvenuto in Inghilterra, con tanto di squillo di trombe, la maggior parte di noi parte alla ricerca dei connazionali in UK, nonostante la calorosa raccomandazione: “Oh stai lontano dagli italiani se vuoi imparare la lingua”, ma forte è il bisogno di appartenere ad una comunità con gli stessi usi e costumi, una comunità che ti farà da famiglia e sarà un porto sicuro.

Ed è quello che è successo anche agli italiani emigrati in UK nel secondo dopoguerra, lontani da casa, con l’impossibilità di comunicare quotidianamente con i familiari distanti, diversamente da noi che viviamo addirittura  giornate in cui nostra madre ci tiene il broncio perché non le abbiamo dato il buongiorno, loro si sono riuniti, creando una grande comunità, cercando di riportare oltre la Manica gli usi e costumi delle proprie città, dalle feste alle processioni religiose con annesse statue di santi protettori.

Abbiamo quindi deciso di vivere una di queste esperienze, ed un venerdì sera, rinunciando ai fashion club mancuniani, abbiamo preso parte ad una delle feste della vecchia comunità italiana a Manchester, perché volevamo conoscere chi a Manchester è arrivato lasciando l’Italia del dopoguerra, lasciando la famiglia, la vita nei campi, partendo con la famosa valigia di cartone, in un’epoca in cui non si era ancora così internazionali.

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Siamo stati catapultati in un luogo tipicamente inglese, una di quelle sale  con bancone del bar in legno e moquette, ma in una situazione completamente differente da quelle inglesi, accolti da sorrisi, cibo e musica, sotto gli sguardi curiosi di chi a Manchester ormai ci vive da più di 50 anni.

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Forte era il senso di famiglia, di unione e di ospitalità, la classica ospitalità per cui il popolo italiano è famoso, c’era chi si avvicinava fiero con dolcetti alla mano insistendo: “Provate, li ho fatti io!”, e credeteci come in Italia era inutile un “No grazie! Abbiamo appena cenato!”, chi incuriosito ci chiedeva la provenienza raccontando di parenti lontani, di zii, cognati, suocere che vivevano in posti limitrofi ai nostri, chi vendeva i numeri per una lotteria che aveva come premio vino italiano, e chi ci invitava a ballare tirandoci per mano, in un vortice di tarantelle, O’sole mio e Romagna mia.  Noi al primo giro di ballo, e dopo un bicchiere di vino rosso versato addosso per l’euforia, abbiamo rinunciato, fermandoci vergognosamente sudati e con il fiatone.

Ci siamo ritrovati tra i dialetti d’Italia un po’ storpiati perché dimenticati, tra raccomandazioni da parte di chi a Manchester si è trasferito alla nostra età per lavoro, e chi curioso ascoltava quello che avevamo da raccontare di un paese ormai lontano da loro. C’era anche chi si raccontava, chi ci diceva come preparava la lasagna dopo tanti anni in UK e chi aveva nipoti che l’italiano ormai non lo parlava.

Mettete dunque due generazioni di emigranti a confronto, i racconti saranno simili nonostante gli anni passati, i sogni e gli stati d’animo gli stessi, ci sarà la voglia di conoscersi, gli italiani di vecchia generazione vi guarderanno rivedendo loro a vent’anni e sapendo già cosa vi aspetterà, ma soprattutto ci sarà la voglia di far parte di una comunità italiana che possa in qualche modo farvi sentire meno la mancanza di casa e delle vostre radici.

Marta Del Prete

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