Paolo: dalla Mole Antonelliana all’Old Trafford

Paolo Gaudino, 27 anni, Torino. Laureato all’Università degli Studi di Torino in Scienze Motorie e vincitore di un posto senza borsa per il dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano. L’idea di lavorare gratis alle sue ricerche non lo allettava, ed è partito. Oggi vanta 4 pubblicazioni ed un lavoro che fa invidia a molti. “Per i ragazzi italiani che hanno svolto un percorso di studi simile al mio è veramente difficile avere l’opportunità di lavorare in un ambiente di elite come questo, purtroppo molti sono obbligati a fare lavori completamente diversi, rinunciando a fare quello per cui hanno studiato”, ci dice con un velo di tristezza. “Vivere lavorando in un ambito sportivo è molto difficile, ci sono poche sicurezze, a volte pochi soldi, e spesso poche opportunità. Per questo mi ritengo molto fortunato”.

L’Italia ancora una volta ha lasciato varcare i confini ad un cervello in fuga?

Ridendo, davanti ad un piatto di spaghetti, Paolo ci dice: “Alla fine qui faccio quello che desideravo fare, il lavoro per cui ho studiato 5 anni di università e 3 di PhD”.

Image

Perché partire?

L’Inghilterra in realtà non era tra i miei progetti, ma già so che non tornerò in Italia. A Milano, per i primi 6 mesi di dottorato ho lavorato gratis, ma l’idea di continuare a lavorare gratis per 3 anni, full-time, non mi andava bene. Anche se devo ammettere che, fortunatamente, l’università di Milano mi ha permesso di sfruttare al meglio il tempo che avevo durante il periodo del dottorato, mettendomi poi in contatto con un professore della Liverpool John Moores University (una delle università più importanti d’Europa in ambito Sports Science), con la quale attualmente continuo a collaborare svolgendo alcune ricerche scientifiche applicate allo sport di elite. La disponibilità economica che ha questa università è incredibile, e questo permette l’acquisto di macchinari all’avanguardia, sviluppare ricerche più importanti e in tempi minori, pubblicare di più e di conseguenza ricevere più fondi. In questo modo l’università, e di conseguenza i suoi studenti, crescono. Nel mio caso, fossi rimasto in Italia, non sarei mai riuscito a pubblicare lo stesso numero di ricerche che ho pubblicato da qua, e questo sicuramente avrebbe gravato sul mio curriculum e probabilmente avrebbe ridimensionato le mie prospettive future di lavoro.

Perché Manchester?

In realtà per i primi 3 mesi sono stato a Liverpool, ma il mio supervisor era un consulente del Manchester United Football Club, come fisiologo, e mi ha permesso di continuare le mie ricerche per il Manchester United, venendo pagato dalla società calcistica. Anche questo, un concetto per me strano all’inizio, perché in Italia è molto raro che un club sportivo stanzi dei fondi per fare delle ricerche scientifiche. Dovevo restare con loro solo 3 mesi, prendere poi i miei dati, una volta finito il periodo di studi e analisi, darli allo United come feedback ed utilizzarli per le mie ricerche. Io ero già contentissimo così, a quanti capita di fare ricerche e analisi per una squadra importante come il Manchester United? Ma loro hanno apprezzato il lavoro che ho svolto e mi hanno chiesto di restare. Il primo anno ho fatto solo ricerca ed analisi dati, dal 2012 mi hanno chiesto di entrare a far parte del dipartimento di Sports Science della prima squadra, occuparmi del monitoraggio dell’allenamento, aiutare il preparatore atletico sia in campo che in palestra e svolgere lavori individuali con i giocatori.

Per quanto riguarda la città, io sono arrivato nel dicembre 2011, ed ambientarsi è stato difficile. Inizialmente, per mia scelta, non ho conosciuto italiani, vivevo con sei inglesi, lavoravo con inglesi ed uscivo con persone di altre nazionalità, per cui ero costretto a parlare in inglese, anche perché ci tenevo ad imparare bene la lingua e soprattutto capire la loro cultura. Ma non nascondo che ho trovato difficoltà nel costruire rapporti umani con loro, ad esempio con i miei coinquilini, dopo 2 anni di convivenza, sinceramente non sono riuscito a creare grandi legami, ma magari sarò stato sfortunato io.

“Alla fine qui faccio quello che desideravo fare”, il primo impatto.

In realtà molti giocatori sono più grandi di me, quindi dirgli cosa devono fare e come, è un po’ strano. Per esempio, il primo allenamento che ho svolto individualmente è stato con Ryan Giggs, 40 anni, lui gioca nel Manchester United da quando io facevo la prima elementare, quindi dirgli cosa doveva fare era strano. All’inizio mi intimoriva l’incontro con l’allenatore del Manchester United, Sir Alex Ferguson, 72 anni, lui ha cominciato a lavorare in questo ambiente prima che io nascessi. Era veramente strano ed al tempo stesso emozionante poter stare in campo con lui durante gli allenamenti, pranzare al tavolo con lui, etc.

ImageDa quel punto di vista però, devo dire che sia l’allenatore che i giocatori sono sempre stati molto rispettosi nei miei confronti e nei confronti del lavoro che svolgo, anche se sono giovane e straniero. Anche a lavoro però sono riuscito a creare legami più stretti con i giocatori “latini” (spagnoli, portoghesi, sudamericani, etc.) forse anche grazie al fatto di essere l’unica persona nello staff a parlare spagnolo.

Un italiano e la società inglese. Pro e contro di una città come Manchester.

Le opportunità che mi hanno dato, e che danno. Questo uno dei pro. In Italia, è difficile trovare un preparatore atletico della mia età nello staff di una squadra di serie A.
Allo United siamo 6 preparatori per la prima squadra, in Italia ce ne sono al massimo 3 per squadra, e la media dell’età è avanzata. Qui in UK tutti i preparatori atletici hanno come minimo un PhD, in Italia sono veramente pochissimi quelli che ne vantano uno. In UK negli ambiti sportivi danno molta importanza alla ricerca scientifica e alla formazione accademica, non solo all’esperienza ed ai lavori svolti in precedenza, e forse anche per questo motivo è più facile per un giovane poter lavorare ad alto livello. Mi piacciono le possibilità che questo paese offre ai giovani, ti danno la possibilità di guadagnare bene, di poterti mantenere; percepisci la possibilità di poter sempre crescere sia a livello professionale sia in campo economico. Io sono arrivato qui 2 anni e mezzo fa, in questi 2 anni e mezzo ho avuto una crescita a livello professionale molto rapida. Insomma, sono arrivato ed ero chiuso in un ufficio a fare ricerche ed ora sono in campo a correre con i giocatori.

I contro li catalogherei in tempo, cibo, lontananza dagli amici, ma gli amici li sto portando pian piano qui a Manchester. Aggiungerei anche la difficoltà nello sviluppare dei rapporti sociali con gli inglesi.

Cosa consiglieresti a chi ancora non ha trovato il coraggio di partire?

Di provarci. Io ho convinto i miei amici, ora vivo con loro, ed è come vivere di nuovo a Torino. Avevo detto loro che sarebbe stato difficile ambientarsi, ma che dal punto di vista lavorativo non ci sarebbero stati problemi. Infatti, arrivati a Manchester, hanno trovato lavoro in tempi brevissimo, e cosa importante, con un contratto regolare.

Image

Si può fare perché…?

Perché Manchester te ne offre la possibilità. Ci sono tante possibilità se hai voglia di impegnarti, certo non è tutto semplice, ma qui rispetto all’Italia hai la possibilità di fare carriera e soprattutto hai la possibilità di lavorare nell’ambito per cui hai studiato.

Manchester è…?

Sviluppo, sia a livello personale sia come città, è una città dinamica, in continua espansione. La consiglierei come città, anche più di Londra che ormai è satura. In realtà a chi ha appena finito le scuole superiori in Italia, consiglierei di iscriversi all’Università di Manchester, è una città a misura di studente e rapportandola con i prezzi di Torino non la trovo più cara.

A quali condizioni torneresti in Italia?

Tornerei se potessi svolgere lo stesso lavoro allo stesso livello e con lo stesso tipo di contratto. Quindi, sinceramente, non potrò tornare almeno per un po’. Anche se sento la mancanza della mia città. Di Torino mi manca il centro storico, la storia di Torino, Piazza Vittorio, il parco del Valentino, la mia 500, mi manca quello che vedo dalla finestra della mia camera: le montagne. Ma sapete qual è il punto? Qui ormai ho un contratto a tempo indeterminato, in Italia, nel mio ambito, nemmeno una persona che è alla fine della carriera ha questo tipo di contratto, si tratta in genere di contratti che durano massimo 2 anni. Quindi tornare in Italia ed avere un contratto a tempo determinato, anche con una squadra di una certa importanza, non mi alletta come idea. L’unica cosa di cui sarei felice? Tornare a casa.

Image

Marta Del Prete

3 replies

  1. Ciao Marta, ho trovato la tua intervista interessantissima! Io studio a Parma e vorrei intraprendere lo stesso percorso di Paolo, però in ambito giornalistico! Potresti darmi una mano fornendomi il suo contatto o una sua email? Te ne sarei davvero grata (mandami un messaggio anche provato o sul mio Face se ti va)!

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s