Paolo Fuschi – Follow your Dream and “Shine”

Paolo Fuschi, musicista palermitano, “mancuniano” da 12 anni. L’abbiamo incontrato in un locale del Northern Quarter, ci ha spiegato le dinamiche del fare musica a Manchester e del rapporto che c’è tra lui e la città. Paolo è un fiume in piena di ottimismo e di vita, con lui poco importa se siamo al 13 di agosto e fuori è grigio e fa freddo, il suo modo di raccontare cattura.
Ci racconta che prima di arrivare a Manchester era iscritto alla facoltà di “Lettere e Filosofia” di Palermo, ma che in realtà non è mai stato un ottimo studente. Alla fine dell’intervista gli chiediamo: “Ma poi ti sei laureato in lettere e filosofia?”, lui ridendo e bevendo l’ultimo sorso di thè verde risponde: “No ma che!Io non sono né un filosofo né un letterato, io suono la chitarra!”. In realtà Paolo si è laureato alla Salford University in Popular Music and Recording.

Nel Febbraio 2014, in Italia è uscito il suo primo album, scritto a quattro mani con il cantautore e amico Fabrizio Cammarata: Skint and Golden. Noi vi consigliamo di comprarlo ed ascoltarlo, Skint and Golden è come quando al tramonto, con il caldo, sei in macchina con i finestrini abbassati e in silenzio guardi il paesaggio che scorre accanto veloce e ti senti felice.

Perché Manchester?

A Manchester ci sono arrivato dodici anni fa, per caso. La mia ex ragazza era qui con il progetto Erasmus in Architettura, io venni semplicemente a trovarla. Il primo impatto con Manchester è stato meraviglioso, mi sono innamorato immediatamente della città. Ancora ricordo cosa feci la prima sera, posai le valigie, poi mi portarono al Matt and Phreds, un posto molto importante per me, perché poi ci sono tornato come musicista. Ho visto lì il mio primo concerto a Manchester e come si dice a Palermo: “Sono caduto malato!”

Per quanto riguarda il mio inglese, era pessimo. Non sono mai stato un grande studente, l’inglese l’ho imparato tramite quel poco che la mia professoressa del liceo ha cercato di inculcarmi e tramite le canzoni che ascoltavo, sempre di matrice nord americana o inglese.

 

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Paolo al Matt and Pheds

Quando arrivai trovai un lavoretto in un posto in cui facevano panini, in Oxford Road. Ero l’unico italiano, e credo che questa cosa sia stata fondamentale per rompere il ghiaccio con la lingua. Il mio capo – a mio avviso incoscientemente – dal primo giorno mi mise alla cassa a prendere le ordinazioni, mi sono subito trovato a “dover fare i conti” con le conseguenze di questa scelta. Per i primi mesi ho scelto di non frequentare altri italiani, perchè sentivo l’esigenza di immergermi nella cultura britannica, in modo da iniziare a capirla e apprezzarla. Lo ricordo come un periodo molto intenso, è stato un processo che mi ha fatto crescere molto.

In questo posto lavoravo dalle 6 del mattino fino alle tre di pomeriggio, di sera invece scoprivo la scena musicale mancuniana. Andavo ad ascoltare le band e iniziavo timidamente anche a partecipare alle jam sessions. Per me è stato amore a prima vista.

Avevo ventidue anni, lavoravo, guadagnavo abbastanza da poter pagare affitto e bollette e nel frattempo avevo iniziato a esplorare il contesto musicale che fin dall’inizio si era sempre mostrato incredibilmente avvincente. A un certo punto ho pensato:”Ma forse a Manchester ci resto”. Così ci sono rimasto per dodici anni.

 

Il tuo rapporto con la musica.

Palermo rappresenta la fase del mio innamoramento per la musica, mentre a Manchester mi sono definito come artista.

Trasferirmi qui ha funzionato al 100%, ma non so se questa formula possa essere applicata a tutti. Fare il musicista in Inghilterra è una cosa molto bella. Il mio lavoro ha mille sfaccettature e questa cosa mi piace molto. Credo di poter dire con tanta umiltà di aver suonato in tutti i tipi di posti, davanti a tutti i tipi di persone, dalla London O2 Arena al pub di periferia dove una pinta di birra costa £1.50. Adoro quest’aspetto del mio mestiere, devi metterti sempre in discussione e non devi dare mai niente per scontato.

 

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In UK, se sei pronto a lavorare sodo e soprattutto se sei umile ti si presentano tante occasioni. Devi essere capace, conoscere il tuo strumento, devi fare tanti sacrifici, non devi dormire, devi dire più si che no; solo allora sarà possibile fare il musicista in Inghilterra.
Attualmente suono con una funk band: i Buffalo Brothers.  Sto anche scrivendo un album in italiano. E’ una grande sfida perché l’italiano è una lingua incredibilmente bella e articolata, ma ne ho sentito l’esigenza perché il concetto di autenticità e onestà in musica è diventato profondamente importante per me.

Ed impartisco lezioni di chitarra, in modo da trasmettere la mia passione anche ad altri.

Un italiano e la società inglese: Pro e contro di una città come Manchester.

I pro di Manchester sono la “praticità”, per me che vengo da una città come Palermo queste cose sono belle. Il fatto che le cose debbano funzionare, dire “you” “us” e non dover dare quel pomposo “lei” come facciamo in Italia. La curiosità che hanno gli inglesi per ciò che è diverso, parliamo della mia cultura, parliamo del mio accento, parliamo della mia città.

Nell’immaginario collettivo la Sicilia è sempre associata al “Padrino”, poi vedono me: alto, chiaro di carnagione e con la barba rossa e capiscono che non siamo tutti come nel film. Io sono innamorato della mia città, la vendo benissimo. Palermo è un posto “bestiale”, è un film, è il posto della contraddizioni e questa cosa ti resta dentro, hai un dualismo come palermitano, sviluppi la cosiddetta “arte di arrangiarsi”, non dai niente per scontato, e questo tipo di mentalità è stata la mia arma più efficace per farmi strada in Inghilterra.

Penso che il segreto per vivere bene in un posto che non è il tuo sia quello di mettersi sempre in discussione, le scelte stanno a noi, bisogna sempre scoprire e non lamentarsi perché non si trova il caffè buono, oppure la mozzarella di bufala fatta come si deve ecc. Se  devo proprio trovare un contro a questo posto direi: la “meteorologia”, in un certo senso mi influenza. Però poi metto le cose sulla bilancia e penso che se sono felice in un posto e posso fare quello che mi rende felice allora importa poco, potrei vivere anche al Polo Nord.

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Cosa consiglieresti a chi ancora non ha trovato il coraggio di partire?

Tutto dipende dalla propria presa di coscienza. Penso che nel 2014 non sia una cosa assurda lasciare casa. Il mondo in cui viviamo ha accorciato le distanze, pensa a quando negli anni ’60 Hendrix venne per la prima volta in Inghilterra. Veniva dall’America, un ragazzo di colore, che suonava la chitarra in una maniera assurda, per gli inglesi è stato come vedere atterrare un alieno, e tutto questo oggi non potrebbe succedere, perché abbiamo la possibilità di scoprire le cose grazie a internet, al PC. Quindi lasciare il proprio paese nel 2014 non è un problema così grande. E poi quando hai 20 anni il mondo ti appartiene, i ragazzi dovrebbero riprendere o iniziare a sognare, perché per una serie di motivi in Italia hanno smesso di farlo.  Sogna di diventare fumettista, di voler aprire la migliore impresa di torrefazione e produrre il caffè più buono in Italia, non pensare immediatamente alle banche, le tasse ecc.
Bisogna guardare al mondo come a qualche cosa che ci appartiene, io non appartengo solo a Palermo, io non ho visto quasi nulla del mondo.

Ragazzi abbiate un po’ più di incoscienza, senza fare cretinate però.

Si può fare perché…?

Perché siamo vivi e abbiamo un cuore, un cervello, due gambe e due braccia.

Manchester è…?

Casa, per adesso.

Condivisione.

A quali condizioni torneresti in Italia?
Io ho un sogno, tornare un giorno a Palermo e comprare anche uno stanzino. Tornerei a Palermo se fossi ricco, e non per un discorso venale ma perché so come funziona il mio paese, e se avessi una casa, ma non per viverci tutto l’anno.

Cosa ti manca di Palermo?

Di Palermo mi manca la “palermitanità”, la nostra umanità, il palermitano in tutte le sue contraddizioni. I colori, le espressioni delle persone. A Palermo si parla senza parlare, si organizzano per il caffè da un marciapiede all’altro senza dire una parola.

Palermo è un posto dove certe volte ti senti vulnerabile e allora diventi incredibilmente umano. Mi manca la poesia di questa città, che è una cosa che mi fa stare male ma allo stesso tempo mi fa anche stare benissimo.

Sai cosa mi manca ancora? Il ragazzo del bar Lucchese a Piazza San Domenico che mi porta il caffè e mi dice “Ciao gioia come stai?”, ecco quando sento la parola “Gioia”, mi si apre il cuore.

 

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Skint and Golden con Fabrizio Cammarata

Ecco come seguire Paolo via twitter e facebook:

https://www.facebook.com/paolofuschi1

https://twitter.com/paolofuschi1

 

Marta Del Prete

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