La grande fuga?

“Istituiamo un ministero della diaspora” – la butta li la giornalista Annalisa Piras alla conferenza “Stay Italian, Stay Abroad” tenutasi alla University of Manchester. Forse poco più che una provocazione. Ma tanto è bastato a provocare una smorfia sofferente sul volto del Ambasciatore Terracciano, con l’infausto compito di provare a trovare aspetti positivi nel flusso di migranti degli ultimi anni: “Ci piace pensare a questi italiani all’estero come se fossero cellule staminali pronte a fare del bene al loro paese quando ritorneranno in patria”.

 

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Chart 1.1

Se esodo o dispora sono termini pittoreschi per descrivere la fuga di massa dall’Italia verso il Regno Unito, poco ci manca. Nel 2014, stando ai dati dell’istituto nazionale di statistica britannico (chart 1.1), si sono registrate 51.000 nuove richieste di National Insurance Number da parte di nazionali italiani. +150% di incremento dal 2008. Nel 2015 l’Italia può vantare il sorpasso alla Spagna in termini di migranti, ben al di sopra di Francia e Grecia.

Ma l’Italia guida anche la classifica dei paesi con il maggiore incremento rispetto al 2013, come mostra il grafico, con un +16% (Chart 1.3).

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Chart 1.2

 

Secondo l’Istat migrano soprattutto giovani. Il 60% è tra i 20 ed i 40 anni di eta. Il 30% di coloro che migrano e che hanno al di sopra dei 24 anni, sono laureati, mentre l’età media è di 34 anni.

 Nel 2013, sempre secondo l’Istat sono migrate 13,000 laureati. Il quotidiano La Repubblica, in un articolo del novembre scorso ha provato a stimare il costo che il paese ha affrontato per portare uno studente dalle elementari alla laurea, utilizzando uno studio OSCE. Questo costo si attesta intorno ai 170,000 $, che moltiplicato per 13,000 rappresenta un trasferimento implicito di capitale verso l’Inghilterra di 1,5 Miliardi di dollari.

Insomma, esportiamo capitale umano, cervelli e manovalanza spesso impiegata a basso costo, quantomeno agli inizi. Siamo altrettanto bravi ad esportare prodotti e servizi?

Il grafico (Chart 1.3)  suggerisce un trend decrescente nella percentuale di export verso il Regno Unito sul totale delle esportazioni verso il mondo. Il 2014 sembra essere indicativo di un’inversione di rotta verso i livelli pre-2005, ed è anche vero che il dato è influenzato dalla quota crescente di export verso i nuovi mercati extra-europei.

Chart 1.3

Chart 1.3

 

Siamo un popolo di poeti, santi e navigatori secondo un logoro adagio, ma parte della nostra value proposition agli occhi dei consumatori globali sta nella qualità del nostro agro-alimentare e nell’abbigliamento. Eppure questi settori non sono quelli che guidano la classifica dei comparti export. L’Italia esporta in valore assoluto prevalentemente macchinari pesanti e autoveicoli. A riprova del valore ancora intatto della nostra produzione industriale.

 

Chart 1.4

Chart 1.4

 

Si potrebbe obiettare che il costo per unità di una bottiglia di vino è decisamente inferiore a quello di un’automobile ad analizzare i dati in valore assoluto. Eppure la crescita dell’ export agroalimentare negli ultimi anni è quella con la seconda percentuale piu’ bassa nella top 10 dei settori (+5% in media). A guidare la leaderboard, la crescita sostenuta dei prodotti in pelle e del settore farmaceutico.

 

Chart 1.5

Chart 1.5

 

Esportiamo risorse umane, non esportiamo in proporzione abbastanza merci. Il vantaggioso rapport EUR/GBP sarà uno stimolo importante per far crescere il volume d’affari dell’Italia al Regno Unito unitamente ai timidi segnali di ripresa del nostro PIL.

Nel frattempo le strade delle grandi città inglesi risuonano sempre di più dei nostri accenti, con un perdita netta di risorse da parte dell’Italia, in quella che ancora si stenta ad accettare come un’incipiente emergenza nazionale.

 

Giovanni Bruner

 

Categories: Lifestyle

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